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perchè devono esistere i Draghi?




Roberto Fontana

Perché devono esistere i draghi?

 

 

 

 

Innanzitutto vorrei assicurare tutti i presenti che un mio collega, docente di Scienze Naturali, mi ha confermato che i draghi non esistono né sono mai esistiti sulla faccia della Terra… Anche l’ipotesi un tempo in auge circa il fatto che i draghi fossero il risultato del ricordo ancestrale del confronto dei primi uomini con i dinosauri, cozza contro i moderni studi che dimostrano come i dinosauri si siano estinti ben prima che gli uomini facessero il loro ingresso sulla faccia della Terra e che quindi queste due specie mai si sarebbero potute incontrare.

 

Allora perché questo titolo? Vi sto forse prendendo in giro?

 

Non proprio; sta di fatto, invece, che il drago è un elemento ben radicato nella fantasia umana, in qualsiasi parte del mondo, anche se con simbolismi alquanto diversi, e, almeno da un punto di vista letterario, si può quindi dire che abbia diritto di esistenza nel nostro mondo. Ma questo non dimostra la sua necessità…

 

Innanzitutto chiediamoci, cosa è un drago? Sull’esempio del Professore di Oxford, ho aperto una enciclopedia (per l’esattezza, il Dizionario Enclicpledico Italiano della Treccani, Ed. 1970) ed ho tratto la seguente definizione:

 

Drago

Animale favoloso, in aspetto di serpente o di rettile o di pesce immane, con testa di cane, gatto o lupo, ali da pipistrello, zampe di aquila, bocca multilingue o ignivoma.

 

Quindi il drago è un personaggio favoloso, per cui sono andato a leggere cosa viene detto a proposito di “favola‿:

 

Favola

a)      breve composizione, per lo più in versi, in cui agiscono o parlano animali, piante o altri esseri inanimati, e che racchiude un insegnamento morale, spesso dichiarato esplicitamente dall’autore stesso;

b)      qualsiasi invenzione fantastica; quindi leggenda:

c)      nei componimenti letterari, invenzione;

d)      cosa non vera,  fandonia.

 

Fiaba: possibile, e necessario, distinguere la favola dalla fiaba, anche se il confine fra esse è incerto, tanto che le due parole sono talvolta impropriamente usate l’una per l’altra. La fiaba, infatti, è in prosa; ha come protagonista di solito l’uomo, nelle cui vicende intervengono spiriti benefici o malefici, demoni, streghe, fate, ecc.; ha molto maggiore sviluppo narrativo; carattere più dichiaratemente fantastico; non ha necessariamente fini morali o ammaestrativi; ha origine popolare e sviluppo per tradizione orale.

 

Iniziamo subito col dire che rifiuteremo tout-court la definizione (d), che se accettata, porterebbe al termine immediato di questa trattazione. Per quanto riguarda la definizione (a), dalla successiva nota si desume che se l’opera in questione non è in versi, è più esatto definire il drago come il personaggio di una fiaba più che di una favola. Ma a ben vedere le definizioni (b) e (c) non dovrebbero essere mutuamente esclusive fra loro e con la prima, in quanto si può dimostrare che tutte e tre concorrono a darci l’esatta definizione di fiaba.

 

Ebbene JRRT non solo ha scritto alcuni capolavori come “IL SIGNORE DEGLI ANELLI‿ “LO HOBBIT‿ ed il “IL SILMARILLION‿, ma è anche stato un attento studioso e teorizzatore sulle fiabe (o meglio, come lui stesso si definisce, “un appassionato di fiabe fin da quando ho imparato a leggere‿ [AF-SF#13]), e sono quindi i suoi testi che mi accingo ad analizzare, in particolare il saggio “SULLE FIABE‿ (inizialmente scritto per la Andrew Lang Lecture e letto in forma abbreviata alla University of St. Andrew nel 1938), contenuto sia nella raccolta “ALBERO E FOGLIA‿ che in “IL MEDIOEVO E IL FANTASTICO‿, ed il brano “BEOWULF, MOSTRI E CRITICI‿ (tenuto come conferenza alla British Academy nel 1936), anch’esso contenuto nell’ultima raccolta prima citata, nonché alcuni riferimenti alla figura del drago contenuti nel suo epistolario (LA REALTÀ IN TRASPARENZA), per non parlare delle sue stesse opere narrative, e non solo in riferimento ai draghi: il ciclo delle tre opere maggiori di Tolkien può essere invero visto come una grandiosa fiaba.

 

La fiaba, ci dice Tolkien, è difficile da definire. Quanto ci viene riferito dai dizionari non è esaustivo: nel lessico inglese, fiaba è tradotto come fairy-tale, cioè “racconto di fate‿. ma il “Sogno di una notte di mezza estate‿ di Sheakspeare che ci parla di fate gnomi e folletti ci pare meno degno di meritare l’appellativo di fiaba che non i racconti del ciclo Arturiano, dove di esseri fatati non v’è l’ombra, eccetto, guarda caso, proprio un drago… Tutti questi elementi ultra-naturali (nel senso che non esistono nella natura reale) appartengono a quello che Tolkien definisce il mondo di Feeria, ovvero della Magia. E poi in una fiaba si possono trovare anche altre creature magiche, oppure può riguardare solo un comune mortale per quanto oggetto di un incantesimo: in effetti una fiaba ci appare assai poco interessante se, assieme agli abitanti del regno di Feeria, non appaiano anche dei normali esseri umani in qualche modo entrati in relazione con i primi.

 

La magia di Feeria non è infatti fine a sé stessa, ma risponde a delle esigenze primarie dell’uomo quali quella di sondare il tempo e lo spazio, e di entrare in maggior comunione con gli altri esseri viventi. In qualche modo, quindi di umanizzare la natura, o di “naturalizzare‿ l’umano, ovvero di ricondurre entrambe le categorie in uno stesso ambiente, luogo: Feeria, appunto. Non paiono allora degne di essere annoverate fra le vere fiabe quei racconti dove compaiono solo animali dotati di favella (e quindi in un certo senso magici) in quanto in questo tipo di racconto non abbiamo l’interazione fra il magico e l’umano, e quindi tutto si esaurisce quasi sempre solo in una satira o in un intento moralistico più o meno evidenti, senza una reale comunicazione frutto d’una significativa tensione fra l’uomo e la natura..

 

Dove nascono allora le fiabe, e come possono essere definite? Sulle origini storiche delle odierne fiabe, così come dei miti, Tolkien ci dice che è materia tanto ardua che “ormai districarla supera le capacità di chiunque non sia un elfo‿ [SF-AF#34]. Leggiamo allora con Tolkien la sua teoria generale sulle origini delle fiabe [SF-AF#35-36]:

 

La mente incarnata, la favella e il racconto sono, nel nostro mondo, coeve. La mente umana, dotata dei poteri di generalizzazione e astrazione, percepisce non soltanto erba verde distinguendola da altri oggetti (e trovandola piacevole da guardare), ma s'avvede che è sia verde sia erba. E quanto possente, quanto stimolante per la facoltà stessa che l'ha prodotto, è stata l'invenzione dell'aggettivo! Nessuna formula magica o incantesimo di Feeria lo è di più. E non può sorprendere: tali incantesimi potrebbero invero essere ritenuti null'altro che un diverso aspetto degli aggettivi, una parte del discorso di una grammatica mitica. La mente che pensò leggero, pesante, grigio, giallo, immobile, veloce, concepì anche la magia atta a rendere cose pesanti, leggere e atte a volare, a trasformare il grigio piombo in giallo oro, l'immobile roccia in acqua veloce. Se poté l'una, poté compiere anche l'altra cosa; inevitabilmente le fece entrambe. Se possiamo distinguere il verde dall'erba, l'azzurro dal cielo, il rosso dal sangue, abbiamo già il potere di un mago, per lo meno a un certo livello; e si desta allora il desiderio di esercitare tale potere sul mondo esterno alla nostra mente. Non ne consegue che tale potere noi lo useremo appropriatamente a ogni livello. Possiamo stendere un ferale verde sul volto di un uomo e generare un orrore; possiamo far germogliare boschi di argentee foglie e far indossare agli arieti velli d'oro, possiamo mettere fuoco caldo nel gelido ventre del drago. Ma tali « fantasie », come si usa chiamarle, sono la matrice di nuove forme; ha inizio Feeria; l'uomo diviene un subcreatore.

 

Ed i miti? I miti sono in qualche modo collegati alle fiabe, alla magia? Sì, ci dice Tolkien, essi sono indissolubilmente legati a queste ultime, perché sono anch’essi l’umana risposta a quel bisogno fondamentale di avvicinare in qualche modo la natura selvaggia, ed incognita, e la natura umana, ancora più se vogliamo misteriosa. È venuto prima Thorr, il dio del tuono (notare che Thorr in norreno vuol proprio dire tuono), il tuono stesso, o forse un contadino muscoloso con la barba rossa ed irascibile? Oppure essi sono contestuali, cioè sono stati recepiti insieme, i loro significati fusi, e trasfigurati nel mondo di Feeria?

 

L’esempio dei miti ci porta ad un’altra considerazione. Quand’è che una fiaba è ben riuscita, e con questa qualifica s’intende di piacevole lettura, non scevra da interesse? Secondo il Nostro, essa deve principalmente essere credibile. Attenzione però a non fare confusione; credibile, in questo contesto, non vuol dire che io devo credere che esistano gli gnomi e le fate, ma che il contesto nel quale si sviluppa una fiaba di gnomi e di fate sia coerente con se stessa, permetta al lettore la ricerca di meraviglia, di entrare cioè in quello stato d’animo che in letteratura viene definito “la volontaria sospensione dell’incredulità‿, ma che Tolkien preferisce definire subcreazione, ovvero Mondo Secondario o Credenza Secondaria. All’interno del mondo creato dall’inventore, dal subcreatore, il lettore può riconoscere la validità e la realtà delle leggi e degli elementi ivi esistenti, solo se la sua credulità non vacilla nemmeno per un attimo, altrimenti questi rientrerebbe immediatamente nel Mondo Primario, e tutta l’esistenza del Mondo Secondario crollerebbe come un castello di carte mal riuscito.

 

Questa operazione è certamente più facile nei bambini, che sono da sempre (od almeno, in questi ultimi secoli) considerati l’auditorio naturale per le fiabe. A parte che tali forse li fanno diventare i genitori e gli educatori, che nella prima infanzia propongono loro solo questi tipi di racconti, si può dire che la credulità letteraria è più facilmente ottenibile per un bambino, per cui non è ancora così netta la differenza fra reale e fantastico, fra Mondo Primario e Secondario. Un bimbo, per la prima volta di fronte ad una fiaba che parlerà di draghi, di streghe o di fate, quasi sicuramente ci chiederà: è vero? Ma la credulità letteraria non è prerogativa peculiare dei soli bambini: se la subcreazione è ben organizzata, essa potrà fare entrare nel mondo secondario anche gli adulti: se il loro gusto per il fantastico è vivo, se la loro esigenza di evadere dal reale per tuffarsi nel mondo di Feeria è impellente, nell’ipotesi che il mondo subcreato dall’autore sia adeguatamente credibile e coerente, essi saranno in grado di entrare nella credenza secondaria, di vedere fati, gnomi, di parlare con draghi, di eseguire o essere avvinti da incantesimi, in qualche modo di entrare in modo più diretto e personale in contatto con il mondo naturale a cui disperatamente si anela nel mondo primario. Certo la fiaba destinata al pubblico adulto deve essere molto più profonda e complessa di quelle solitamente usufruite dai fanciulli; necessiterà all’autore fatica, riflessione, una particolare abilità (forse magia?), poiché l’adulto ha ormai ben presente il confine fra reale ed irreale, fra contingente e desiderio, fra storia e mito, ma quanto più alto sarà il risultato se l’inventore riuscirà ad irretire nella sua malia un pubblico così smaliziato!

 

E come si riesce ad ottenere l’effetto di Credenza Secondaria in una fiaba? L’elemento che solitamente è sempre associato ad una fiaba è la lontananza nel tempo o nello spazio, od addirittura in entrambi. Il contingente, il conosciuto, mal si accomuna con la fantasia e con la credulità. Romanzi che ci narrano di draghi sotto i grattacieli di New York (vi assicuro che ne esistono) sono quanto di più improbabile ed incoerente possa esistere, ed in ultima analisi più lontani dallo spirito fiabesco. Il naturale incipit delle fiabe, “C’era una volta…‿ ha il pregio di collocare gli eventi narrati in un allorquando indefinito, comunque lontano dal tempo e dal reale del narratore. La distanza temporale non si realizza solo nel passato: ho in mente le bellissime storie di Jack Vance “Le città del lontanissimo futuro‿, dove la traslazione temporale è invertita, e queste fiabe fantascientifiche (perché come tali le avrà riconosciute l’attento lettore) traggono forza proprio dall’incerta ma distante collocazione sia nel futuro temporale, sia nell’altrove spaziale.

 

Quindi dobbiamo tenere in conto il potente effetto della Fantasia, vista come Immaginazione: la capacità della mente umana di concepire cose non presenti nel mondo primario, anzi sicuramente non reperibili, è per Tolkien la più alta e pura forma di Arte che l’uomo conosca. Avremmo mai avuto noi una statua della Vittoria di Nike alata se l’uomo non avesse immaginato tale improbabile ed irreperibile creatura? E Pegaso sarebbe esistito se la metafora di un cavallo veloce come il vento non avesse preso letteralmente le ali? Avremmo mai letto l’Iliade e l’Odissea se uno o più uomini non avessero immaginato Dei e Dee seduti in cima al monte Olimpo, ed eroi che in nome loro e per la propria gloria non si fossero affrontati una improbabile guerra per la mano di una donna, per quanto bella ella fosse potuta essere? La figura terribile e possente del drago avrebbe mai potuto esistere senza il magico potere creativo della mente umana?

 

Ma perché l’uomo da sempre è attratto dalle fiabe? Egli ricerca in esse Ristoro, per la bellezza intatta ed ancora fanciullesca con cui può ancora guardare al mondo di Feeria, in contrasto con la rigida ed ormai cristallizzata visione del mondo primario che egli ha: nella fiaba “noi possiamo vedere le cose come siamo (o forse solo eravamo) destinati a vederle.‿ [SF-AF#78]

 

Ma il nostro animo ha anche bisogno di Evasione: si badi bene, “Evasione del prigioniero, non Fuga del disertore‿ [SF-AF#82]. Le brutture del mondo che ci circonda possono essere facilmente superate nel mondo di Feeria; in qualche modo il subcreatore, nel suo mondo secondario, tenta di ristabilire la bellezza o persino la bruttezza nelle loro giuste proporzioni e collocazioni, quali forse il Vero Creatore le aveva destinate nel Mondo Primario: il castello di un orco, cioè di una creatura malvagia, potrà essere brutto, ma mai quello di un giusto Re, oppure un’utile locanda, persino la bottega di un umile fabbro. Mentre invece [SF-AF#86],

 

Il più pazzo castello che mai sia uscito dalla sacca di un gigante in uno sfrenato racconto gaelico, non soltanto è assai meno brutto di una fabbrica-robot, ma è anche ben più reale di essa « in senso quanto mai reale », per servirci di una tipica locuzione moderna. Perché non dovremmo fuggire o condannare […] l'orrore morlockiano delle fabbriche? Queste sono condannate persino dagli scrittori di quel genere letterario che è il più evasivo di tutti, la fantascienza.

 

Non fare questa operazione, non solo ci preclude dall’evasione, ma anzi ci colloca fra gli acquiescenti collaborazionisti del brutto e dell’ingiusto. Come non sorridere con Tolkien quando riporta quanto sentito dire da un suo collega di Oxford, ovvero che « accettava di buon grado » la vicinanza di fabbriche robotizzate per la produzione in serie e il rombo del traffico meccanico autoingorgantesi, perché ciò metteva la sua università « a contatto con la vita vera » [SF-AF#84]? Ed anche, poco oltre [SF-AF#85]:

 

Per quanto mi riguarda, non riesco a convincermi che il tetto della stazione di Bletchley sia più « reale » delle nuvole; e, come manufatto, mi ispira meno della leggendaria cupola del cielo. La passerella di accesso al marciapiede quattro, ai miei occhi è meno interessante di Bifröst vigilato da Heimdall munito del Gjallarhorn. Dal mio cuore selvatico non riesco a bandire la domanda, se gli ingegneri ferroviari, qualora fossero stati allevati con un pizzico in più di fantasia, non avrebbero potuto far di meglio, con gli abbondantissimi mezzi di cui dispongono, di quanto comunemente non facciano. Le fiabe, a mio giudizio, potrebbero essere migliori maestre del personaggio accademico cui ho dianzi accennato..

 

Ed infine suprema completezza della fiaba è la Consolazione, ovvero il lieto fine. A differenza del teatro, dove la tragedia la fa da padrona, nella fiaba, nella buona fiaba, si deve avere, per quanto terribili, fantastici o spaventosi siano gli avvenimenti narrati, un gioioso capovolgimento che sommuova la mente ed il cuore del lettore, che lo porti quasi alle lacrime, ciò per cui Tolkien ha coniato il termine di eucatastrofe (cioè buona fine, buon capovolgimento), l’opposto, se non nell’etimo, almeno nel senso, della tragedia. Attenzione, non è che si debba negare l’esistenza del dolore e del fallimento, ma, secondo il Nostro, va ricordato, anzi fortemente affermato che la Fede ci indica la immancabile ed universale vittoria del Bene, e di conseguenza ogni lutto si deve stemperare e volgersi in gioia attuale in vista della gloriosa Gioia finale. La glossa finale presente in quasi tutte le fiabe “e vissero tutti felici e contenti‿ è sovente sinonimo e simbolo di questa necessità, unita all’espediente di sfumare la cornice in cui si innesta la vicenda fantastica per accrescerne il senso di irrealtà e di magia.

 

La famosa domanda che solitamente un bambino ci pone leggendo una fiaba,  “è vero?‿, viene ribaltata per qualsiasi lettore in quest’altra: “avete costruito bene il vostro mondo?‿ Se la risposta è affermativa, allora, sì, in quel mondo tutto ciò che sto leggendo è vero, il fantastico diventa ristoratore e consolatorio, l’immaginazione ha creato un vero Mondo Secondario, l’autore è un vero Subcreatore.

 

Detto ciò, possiamo tornare alle nostre riflessione sui draghi. I draghi esistono? No, non esistono nel nostro Mondo Primario. Sì, esistono nel nostro Mondo Secondario, se l’autore è riuscito in qualche modo a renderli veri, vividi, credibili, se la magia di Feeria che li pervade è riuscita in qualche modo a contaminare anche il subcreatore, e per suo tramite ciò che egli ha creato, per finire con il pervadere il lettore stesso. Attenzione, come già detto, questo non significa confondere il fantastico con il possibile. La bellezza di una fiaba risiede nella sua desiderabilità, non nella sua possibilità, che anzi appena il lettore dovesse porsi questo interrogativo vedrebbe sfumare la malia in cui era incatenato. Tolkien, il professore che amava i draghi, come è stato definito, lo scrittore che in una sua lettera ci fa sapere che il suo primo ricordo di invenzione letteraria è di aver scritto da bambino una storia riguardante “un verde grande drago‿ [LETT#163], è lo stesso che in un’altra lettera afferma: “Io non ho mai visto un drago, né ho mai conosciuto un uomo che affermasse di averlo visto. Non desidero vedere nessuno dei due.‿ [LETT#300]

 

Invece, sempre come Tolkien ci racconta, parlando delle sue letture infantili e della sua predilezione per i racconti sui pellirosse [SF-AF#58-59]:

 

Ma meglio ancora era la terra di Merlino e Artù, e meglio di tutto il Nord senza nome di Sigurd dei Volsunghi e del principe di tutti i draghi. Terre del genere; sì, che erano straordinariamente desiderabili. Non ho mai pensato che il drago appartenesse allo stesso ordine del cavallo, e non solo perché di cavalli ne vedevo ogni giorno, ma perché mai mi era capitato di scorgere l'impronta di un drago. Il drago portava il marchio Made in Feeria impresso a chiare lettere; e, quale che fosse il mondo in cui menava la sua esistenza, era pur sempre un Altro Mondo. La fantasia, la creazione o il balenare di Altri Mondi sostituiva il nucleo del desiderio di Feeria. Desideravo draghi con tutto il mio cuore; naturalmente, peritoso com'ero, non mi auguravo di trovarmeli nei dintorni, a invadere il mio mondo relativamente sicuro in cui era possibile, per esempio, leggere racconti in santa pace, immuni dalla paura. Ma il mondo che comprendeva un Fáfnir, sia pure soltanto immaginario, era più ricco e più bello, per quanto pericoloso fosse. L'abitante delle tranquille e fertili piane può sentirsi raccontare delle colline impervie e dei mari infecondi, e desiderarli in cuor suo. Perché il cuore è saldo anche se il corpo è debole.

 

Ecco, potrei giustificare l’assunto iniziale di questo mio discorso rimarcando la frase centrale del brano poco prima citato: “… il Mondo che comprendeva un Fáfnir, sia pure soltanto immaginario, era più ricco e più bello, per quanto più pericoloso fosse.‿.

 

I draghi, quindi, non solo possono esistere, ma anzi devono esistere, perché rendono il Mondo Secondario più bello e più ricco, per quanto essi rappresentino solitamente il simbolo del male e dell’inganno, della crudeltà e dell’avidità, forse proprio per questo: il Male è visualizzato, l’eroe può decidere di misurarsi con esso, il suo valore verrà riconosciuto come tale non importa se risulterà vincitore o vinto, o se, come spesso capita nei miti nordici, che proprio per questo Tolkien prediligeva, la “personificazione di malizia, cupidigia e distruzione (il lato malvagio della vita eroica)‿ [BMC-MF#44], l’immagine della natura corrotta e svilita, ed il guerriero che lo combatte solo perché sente che ciò è giusto, un atto dovuto in forza della sua umanità, si annulleranno l’uno con l’altro, come in un Ragnarök anticipato. Come giustamente fa osservare Tolkien, la grandezza del Geato Beowulf che muore sconfiggendo il drago, non è nel suo eroismo, ma proprio nella sua natura umana: “È un uomo, e questa, per lui e per molti altri, è già una tragedia sufficiente.‿ [BMC-MF#48] È il confronto fra natura umana e Feeria che fa risaltare questa tragicità, è il drago che rivela questo oscuro eroismo, è questo insieme fantastico e potente di fattori che rende il mondo creato da Tolkien una delle più interessanti e meglio riuscite subcreazioni letterarie dei nostri tempi.

 

Termino quindi questa mia breve escursione lungo la via tolkeniana della fiaba che ci mena verso i draghi, con un’ultima riflessione: dato per scontato la militanza dei draghi di tutto il folklore europeo (discorso a parte andrebbe fatto con la simbologia orientale) nell’esercito del Nemico (non senza ragione l’iconoclastica e la simbologia cristiana associa il drago con il demone, Satana, l’inferno), che dire circa lo schieramento degli altri esseri fatati, gnomi e folletti, elfi ed Ent, maghi e incantatori? Sono essi dalla parte del Bene o del Male, in che relazione essi stanno, se questa domanda ha senso, con la morale cristiana? La domanda non è oziosa, se consideriamo la fervente fede cattolica di Tolkien, in apparente contrasto con la sua condizione di maggior bardo moderno del reame fatato.

 

Ebbene, leggiamo infine insieme questa assolutamente graziosa e fresca poesia [SF-AF#15-16]:

 

Non vedi dunque quella strada stretta,

Tutta coperta di rovi e di spine?

Eppur della Virtù è la via retta,

Sebbene pochi ne vedan la fine.

 

E non la vedi, quella strada ampia,

Che corre delle rose tra il sorriso?

Quella del Male è, ahimè, la calle empia,

Benché la dican Via del Paradiso.

 

E vedi la graziosa stradicella

Che serpe sopra l'argine frondoso?

Mena al Paese delle fate, quella,

Dove tu ed io stanotte avrem riposo.

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

SF       J.R.R. Tolkien, "Sulle fiabe‿, inizialmente scritto per la Andrew Lang Lecture e letto in forma abbreviata alla University of St. Andrew nel 1938, pubblicato sia su [AF] che su [MF].

 

BMC    J.R.R. Tolkien, "Beowuf, mostri e critici‿, tenuto come conferenza alla British Academy nel 1936, pubblicato sia su [MF].

 

AF        J.R.R. Tolkien, "Albero e foglia‿, ed. Bompiani, 2003 (i numeri seguenti il simbolo # indicano le pagine del volume a cui si fa riferimento)

 

MF       J.R.R. Tolkien, "Il medioevo e il fantastico‿, ed. Bompiani, 2003 (i numeri seguenti il simbolo # indicano le pagine del volume a cui si fa riferimento)

 

LETT   J.R.R. Tolkien, "La realtà in trasparenza - Lettere‿, ed. Bompiani, 2002 (il numero seguente il simbolo # indica la lettera a cui si fa riferimento)